Storie viste dal buco

Racconta Anna Llenas che per creare Il buco ( Vacío in spagnolo, El buit in catalano, in Italia pubblicato da Gribaudo nella traduzione di Daniela Gamba) ha impiegato cinque anni. Classe 1977, autrice e illustratrice da centinaia di migliaia di copie, mi accoglie nella sua casa-studio nella parte alta di Gràcia, un quartiere popolato da artisti catalani e stranieri. Da qui si vede Barcellona fino alla linea azzurra del mare, si distinguono nitidi i profili gotici e modernisti, la Sagrada Familia è così vicina che sembra di toccarla, una parte del terrazzo è verandata e dentro questa stanza luminosa ci sono una scrivania, pupazzi e gadget ispirati ai personaggi dei libri di Anna, una colonnina con edizioni originali e tradotte, colori dappertutto.

Cinque anni sono un’esagerazione solo per chi crede che un albo illustrato sia niente più che un libro di poche pagine e considera la lunghezza un metro di giudizio letterario, tutti gli altri non si stupiranno: «In realtà è la prima storia che ho proposto», confessa Llenas, «ma gli editori la rifiutavano ritenendola troppo difficile». Invece Il buco è diventato popolare perché parla attraverso un codice efficace, lieve e didattico, come era accaduto anche agli altri libri, ideati dopo ma pubblicati prima.

Nei Colori delle emozioni il mostro rosso, giallo, verde e blu aiutava a distinguere la rabbia, la tristezza, la paura e tutto ciò che ci anima e ci agita; in Mi piaci ( quasi sempre) i protagonisti Lolo e Rita imparavano a volersi bene anche dopo che erano venute fuori le loro diversità («Non sono solo un uomo e una donna», precisa Llenas, «ma anche due amici, un fratello e una sorella, un genitore e un figlio… L’educazione sentimentale riguarda tutti»). Qui invece al centro c’è Giulia, una bambina con una vita ordinaria e tutto sommato felice finché il suo mondo non scompare di colpo e lei si ritrova con un buco nella pancia. Come può riempirlo? Cibo, carezze, ricerca di amore e attenzioni: tutti i tappi sono troppo grandi o troppo piccoli per riparare quel corpo di bambina attraversato dal vento freddo. Con un linguaggio semplice e diretto, Il buco affronta uno dei tabù più temibili: l’infelicità infantile. Difficile accettare che non un adulto ma un bambino si disperi, sfiori la depressione e cerchi la cura fuori e poi dentro di sé, riconoscere che l’educazione alla felicità passa attraverso il dolore e la tristezza in un’età da cui pretenderemmo fossero banditi.

La sera prima, al Mercat de les Flors è andato in scena uno spettacolo tratto dal libro, la prima di due repliche da tutto esaurito, da cartellone erano invitati i bambini sopra i cinque anni ma di fatto in platea eravamo quasi tutti adulti. Sul palco quattro ballerine hanno alternato le diverse anime di una persona sola, cioè della bambina Giulia o di chiunque si rispecchiasse in lei, giocando con oggetti e cartoni che ricordavano le immagini del libro (Llenas ha supervisionato la scenografia), danzando dentro e intorno a vuoti di diverse forme e grandezze. Anna Llenas crede nell’arteterapia, Maria Montessori è un suo caposaldo, un altro è l’illustratrice Sara Fanelli, nata a Firenze e diplomata a Londra, considerata da Quentin Blake fra le più interessanti sulla scena contemporanea.

Quando le chiedo di spiegare in altre parole cos’è quel buco distruttivo e buio, e poi indispensabile e vitale, che tanta gente riconosce nella sua storia, mi guarda stupita: «L’ho scritto, non so dirlo in altro modo». Poi mi racconta come ha iniziato. Nel 2008, per via della crisi economica, l’agenzia per cui lavorava ha ridotto il personale e lei è rimasta disoccupata, allora si è presa del tempo, per due mesi ha girato il Sudamerica e si è fermata a Buenos Aires.

Fermandosi, ha cominciato a disegnare. Mi mostra le creazioni di quel periodo: donne sognatrici e radicate in corpi colorati e pensieri incontenibili.

Quando è tornata in Spagna, ad amici e parenti preoccupati che trovasse un nuovo lavoro ha risposto che non l’avrebbe neppure cercato, piuttosto avrebbe scommesso tutto sulla vita che ora desiderava, rischiando di fallire.

Sorrido e non glielo faccio notare, ma ha risposto alla mia domanda precedente: ecco il buco, in altre parole.

 

Entrevista de Nadia Terranova para el periódico italiano La Repubblica